Lover Enshrined di J.R. Ward - Un Amore Prezioso

Attesissimo seguito della Confraternita del Pugnale Nero, vi mostriamo, per gentile concessine di Mondolibri, la copertina e un "morso" del primo capitolo.
Buona lettura!



Prologo


Venticinque anni, tre mesi, quattro giorni,
undici ore, otto minuti e trentaquattro secondi fa…

Il tempo non è, in realtà, un flusso ininterrotto verso l’infinito.
Fino all’ultimo secondo del presente è malleabile. Creta, non cemento.
Cosa di cui l’Omega era grato. Se il tempo fosse stato fisso e immutabile, lui non avrebbe tenuto tra le braccia il suo figlioletto appena nato.
I figli non erano mai stati il suo obiettivo. Eppure in quel momento lui appariva trasformato.
«La madre è morta?» chiese al Fore-lesser che scendeva le scale.
Buffo, se gli avessero chiesto che anno pensava fosse, avrebbe risposto il 1983. E, in un certo senso, avrebbe avuto ragione.
Il Fore-lesser annuì. «Non è sopravvissuta al parto.»
«Alle vampire accade spesso. È uno dei loro rari pregi.» E quanto mai opportuno, nella fattispecie. Uccidere la madre dopo che lo aveva servito così bene pareva una scortesia.
«Cosa devo fare del cadavere?»
L’Omega guardò il figlio che allungava la mano aggrappandosi al suo pollice. La stretta era salda. «Che strano.»
«Cosa?»
Era arduo esprimere a parole ciò che provava. O forse il punto era proprio questo: non si aspettava di provare nulla.
Suo figlio doveva essere una controffensiva alla Profezia del Distruttore, una risposta calcolata nel quadro della guerra contro i vampiri, una strategia per assicurare la sopravvivenza dell’Omega.
Suo figlio avrebbe dato battaglia in un modo nuovo, sterminando quella razza di selvaggi prima che il Distruttore intaccasse a poco a poco l’essenza stessa dell’Omega fino a non lasciarne traccia.

Fino a quel momento il piano era stato eseguito in modo esemplare, a cominciare dal rapimento della vampira, che l’Omega aveva poi provveduto a inseminare, per finire con quel nuovo arrivato.
Il neonato lo guardò, muovendo la piccola bocca. Aveva un buon odore, ma non perché era un lesser.
Tutt’a un tratto l’Omega non voleva lasciarlo andare. Quel piccolo tra le sue braccia era un miracolo, una scappatoia vivente, in carne e ossa. Contrariamente a sua sorella, l’Omega non aveva la facoltà di creare dal nulla, ma non gli era stata negata la possibilità di riprodursi. Non era stato in grado di dar vita a una razza del tutto nuova, certo, ma poteva proiettare nel futuro una parte
di se stesso grazie al patrimonio genetico.
E l’aveva fatto.
«Padrone?» lo incalzò il Fore-lesser.
Proprio non voleva lasciar andare quel bambino. Ma perché il piano funzionasse, suo figlio doveva vivere coi nemici, doveva crescere in mezzo a loro, come uno di loro. Doveva conoscere la loro lingua, la loro cultura e le loro abitudini.
Doveva sapere dove vivevano, per poter andare a massacrarli.
L’Omega si impose di consegnare il neonato al Fore-lesser. «Lascia il bambino nel luogo che ti ho proibito di mettere a sacco. Avvolgilo in fasce e lascialo là. Quando tornerai ti condurrò a me.»
Dopo di che morirai, terminò tra sé l’Omega.
Non dovevano esserci falle né errori.
Mentre il Fore-lesser si abbandonava a ignobili manifestazioni di servilismo, che in qualunque altra circostanza avrebbero suscitato l’interesse dell’Omega, il sole sorgeva sui campi di grano di Caldwell, New York. Al piano di sopra un sommesso crepitio esplose in un falò, l’odore di bruciato annunciava l’incenerimento del cadavere della vampira, insieme a tutto quel sangue sul letto.
Ottimo. L’ordine era importante, e quella fattoria era nuova di zecca, costruita appositamente per la nascita di suo figlio.
«Vai», ordinò l’Omega. «Vai e fà il tuo dovere.»
Il Fore-lesser uscì con il neonato; nel vedere la porta che si chiudeva, l’Omega già si struggeva per la sua progenie. Smaniava letteralmente per la mancanza del maschietto.
La soluzione a tanta angoscia, tuttavia, era a portata di mano. Con un atto di volontà, l’Omega si proiettò nell’aria catapultando la sua forma corporea nel “presente”, nel soggiorno stesso in cui si trovava.
Quel balzo temporale si manifestò in un repentino invecchiamento della casa. La carta da parati sbiadì staccandosi pigramente dalle pareti, i mobili apparvero consunti, logorati da oltre vent’anni d’uso, il soffitto passò dal bianco immacolato al giallo sporco, come impregnato da anni e anni di fumo, l’assito si sollevò agli angoli del corridoio.

In fondo alla casa sentì due umani che litigavano.
L’Omega fluttuò fino alla cucina sudicia e rovinata, che solo fino a pochi secondi prima era splendente come il giorno in cui era uscita dal mobilificio.
Non appena entrò nella stanza, l’uomo e la donna smisero di bisticciare, paralizzati dallo shock. E lui procedette alla tediosa impresa di sgombrare la fattoria da occhi indiscreti.
Suo figlio stava tornando all’ovile. E l’Omega sentiva il bisogno di vederlo quasi più di quanto sentisse il bisogno di farne buon uso.
Non appena il male toccò il centro del suo petto provò una sensazione di vuoto e pensò a sua sorella. Lei aveva messo al mondo una nuova razza, una razza generata grazie alla combinazione della sua volontà e della biologia disponibile. Com’era fiera di se stessa.
Anche il loro padre era fiero.
L’Omega aveva cominciato a uccidere i vampiri per fare dispetto a entrambi, ma ben presto aveva capito che si nutriva di quelle malefatte. Il loro padre non poteva fermarlo, naturalmente, perché era emerso che i misfatti dell’Omega – o meglio, la sua stessa esistenza – erano necessari a controbilanciare la bontà di sua sorella.
L’equilibrio andava mantenuto. Era il principio fondamentale di sua sorella, la giustificazione dell’esistenza dell’Omega e il mandato che il loro padre aveva ricevuto da suo padre. Il fondamento stesso dell’universo.
Perciò l’Omega traeva soddisfazione dalla sofferenza della Vergine Scriba. Ogni morte inflitta alla razza da lei generata la faceva soffrire, e lui lo sapeva bene. Il fratello era sempre stato in grado di interpretare i sentimenti della sorella.
Ed era ancora più vero adesso.
L’Omega pensò a suo figlio là fuori, nel mondo, e si preoccupò per lui. Sperava che quei venti e passa anni non fossero stati troppo difficili. È ciò che fa ogni buon padre, no? I genitori di norma si preoccupano della loro prole, la nutrono e la proteggano. Buoni e cattivi, virtuosi e peccatori, tutti, quale che sia la nostra natura, desideriamo il meglio per coloro che abbiamo messo al mondo.
Era sconcertante scoprire che, in fin dei conti, aveva qualcosa in comune con sua sorella… era uno shock sapere che entrambi volevano che i loro figli potessero vivere e prosperare.
L’Omega guardò i cadaveri dei due umani che aveva appena eliminato.
Ma i propositi di fratello e sorella si escludevano a vicenda, naturalmente, no?

Capitolo 1


l mago era tornato.
Phury chiuse gli occhi e lasciò ricadere la testa contro la spal-liera del letto. Ma cosa cavolo stava dicendo? Il mago non se n’era mai andato.
A volte sei proprio un verme, socio, lo schernì la voce sinistra dentro la sua testa. Sul serio. Dopo tutto quello che abbiamo passato insieme.
Tutto quello che avevano passato insieme… proprio vero.
Il mago era la causa del suo bisogno incontenibile di fumo rosso e sempre nella sua testa, sempre lì a criticarlo per ciò che non aveva fatto, per ciò che avrebbe dovuto fare, per ciò che avrebbe potuto fare meglio.
Dovere. Volere. Potere.
Bella rima. La verità era che uno dei nove Nazgûl, le creature simili a spettri del Signore degli Anelli, lo spingeva verso il fumo rosso neanche lo avesse legato come un salame e poi gettato sul sedile posteriore di un’auto.
In realtà, socio, tu saresti il paraurti anteriore.
Appunto.
Con l’occhio della mente Phury vedeva il mago sotto forma di uno spirito ritto in mezzo a una vasta distesa grigia e desolata di teschi e ossa. Nel suo impeccabile accento inglese, il bastardo si assicurava che Phury non dimenticasse mai i propri fallimenti, e quella litania martellante lo induceva ad accendersi uno spinello via l’altro per non infilarsi in bocca la canna di una calibro quaranta.
Non lo hai salvato. Non li hai salvati. Sono stati colpiti tutti dalla maledizione per causa tua. La colpa è tua… la colpa è tua… Phury prese l’ennesimo spinello e fece scattare l’accendino d’oro.
Lui era quello che nel Vecchio Continente veniva chiamato l’exhile dhoble.

Il secondo gemello. Il gemello malefico.
Nato tre minuti dopo Zsadist, Phury aveva scatenato sulla sua famiglia la maledizione dello squilibrio. Due figli nobili, entrambi nati vivi, erano una fortuna troppo grande e, come previsto, l’equilibrio era stato ripristinato: dopo qualche mese il suo gemello era stato rapito, ridotto in schiavitù e sottoposto per un secolo ad abusi di ogni tipo.
Grazie a quella troia depravata della sua padrona, Zsadist aveva cicatrici indelebili sul volto, sulla schiena, intorno ai polsi e al collo.
E cicatrici ancora peggiori dentro di sé.
Phury aprì gli occhi. Salvare fisicamente il suo gemello non era bastato; c’era voluto il miracolo di Bella per far risorgere l’anima di Z, e adesso lei era in pericolo. Se l’avessero perduta…
Allora andrà tutto bene e l’equilibrio rimarrà intatto per la generazione a venire, disse il mago. Non crederai sul serio che il tuo gemello possa godere della benedizione di un figlio vivo e vegeto? Tu avrai una caterva di figli. Lui non ne avrà neanche uno. L’equilibrio funziona così.
Ah, e prenderò anche la sua shellan, te l’avevo già detto?
Phury prese il telecomando dello stereo e fece partire “Che gelida manina”.
Non funzionò. Al mago Puccini piaceva. Lo spirito cominciò a volteggiare per tutto il campo di teschi, calpestando tutto ciò che gli capitava sotto ai piedi, ondeggiando le braccia con eleganza, le lunghe vesti nere a brandelli simili alla criniera di uno stallone che scrolli il capo regale. Sullo sfondo dello sconfinato orizzonte di un grigio senz’anima, il mago ballava e rideva.
Che gran casino.
Senza neanche guardare, Phury allungò la mano verso il comodino e prese la busta con il fumo rosso e le cartine. Non doveva neanche calcolare la distanza, come un coniglio che sa dove sono i suoi escrementi.
Mentre il mago si scatenava al ritmo della Bohème, Phury, senza smettere di fumare, si rollò altri due cannoni di rinforzo. Soffiò fuori il fumo; aveva un buon profumo di caffè e cioccolato, ma se anche fosse stato pestilenziale non avrebbe avuto importanza: pur di mettere la sordina al mago era pronto a sentire puzza di spazzatura bruciata.
Diamine, al punto in cui era, anche fumarsi un intero cassonetto dell’immondizia gli andava benissimo, se serviva a dargli un po’ di pace.
Non riesco a credere quanto poco apprezzi il nostro rapporto, disse il mago.
Phury si concentrò sul disegno che aveva in grembo, quello a cui stava lavorando da una mezz’ora. Dopo un rapido sguardo d’insieme, intinse la punta della penna d’oca nel calamaio d’argento sterling in equilibrio contro il fianco. L’inchiostro all’interno, con la sua densa lucentezza oleosa, assomigliava al sangue dei suoi nemici; sulla carta, tuttavia, era di un intenso marrone rossastro, non un nero disgustoso.
Non avrebbe mai usato il nero per dipingere una persona cara.
Portava sfortuna.
Inoltre, l’inchiostro rosso sangue aveva proprio il colore dei riflessi nei capelli color mogano di Bella. Quindi era adatto al suo soggetto.
Phury ombreggiò con cura la linea perfetta del naso, le sottili staffilate del calamo si intersecarono fino a ottenere la giusta densità.
Il disegno a inchiostro era molto simile alla vita: un solo errore bastava a rovinare tutto.
Maledizione. L’occhio di Bella non era neanche lontanamente all’altezza dell’originale.
Piegando l’avambraccio per non strusciare il polso sull’inchiostro fresco, tentò di correggere gli errori, ritoccando la palpebra inferiore per angolare maggiormente la curva. I tratteggi solcavano con maestria il foglio di carta Crane. Ma l’occhio ancora non andava bene.
No, non andava, nessuno poteva giudicarlo meglio di lui, visto il tempo che aveva trascorso a disegnarla negli ultimi otto mesi.
Il mago si fermò a metà plié per fargli notare che quella menata del disegno a inchiostro era una stronzata bell’e buona. Disegnare la shellan incinta del proprio gemello. Onestamente…
Solo un bastardo schifoso poteva fissarsi su una femmina sposata col suo gemello. Eppure tu l’hai fatto. Sarai fiero di te, socio. Già, il mago aveva sempre avuto un accento inglese, chissà poi perché.
Phury aspirò un’altra boccata di fumo, piegando la testa di lato per vedere se un cambiamento di prospettiva migliorava le cose.
Niente da fare. Non andava bene. E neanche i capelli, per la verità. Chissà perché aveva disegnato i lunghi capelli scuri di Bella raccolti in uno chignon, con delle ciocche sottili che le solleticavano le guance. Lei li portava sempre sciolti.
Pazienza. Lei era comunque incantevole, e il resto del viso era come lo dipingeva sempre: lo sguardo adorante rivolto a destra, le ciglia stagliate in controluce, lo sguardo colmo di un misto di calore e devozione.
Durante i pasti Zsadist sedeva alla destra di Bella. In modo da avere libera la mano con cui era abituato a combattere.
Phury non la disegnava mai con gli occhi puntati dritti su di sé.
Più che logico. Neanche nella vita reale attirava il suo sguardo.
Bella era innamorata del suo gemello e, per quanto lui la desiderasse, non avrebbe voluto cambiare le cose.
Il disegno la ritraeva dallo chignon alle spalle. Phury non disegnava mai nemmeno il suo pancione. Le femmine incinte non andavano mai dipinte dallo sterno in giù. Anche questo portava sfortuna. Inoltre gli rammentava ciò che lui temeva di più.
Le morti durante il parto erano frequenti.
Phury fece scorrere la punta della dita sul volto di Bella, evitando il naso, dove l’inchiostro si stava ancora asciugando. Era bellissima, anche con l’occhio malriuscito, la pettinatura diversa e le labbra meno carnose.
Quel disegno era finito. Poteva iniziarne un altro.
Spostandosi verso la base del ritratto, cominciò a tracciare l’edera sulla curva della spalla. Prima una foglia, poi un lungo tralcio… poi altre foglie, che si arricciavano e si infittivano, coprendole il collo, affollandosi contro la mascella, lambendole la bocca, distendendosi sulle guance.
Avanti e indietro, dal foglio al calamaio. L’edera la avvolgeva tutta. L’edera copriva le tracce della penna d’oca, nascondendo il cuore di Phury e il peccato che vi albergava.
La cosa più difficile era coprirle il naso. Lo lasciava sempre per ultimo e quando non poteva più evitarlo, sentiva i polmoni bruciare come se lui stesso non riuscisse più a respirare.
Quando l’edera ebbe la meglio sull’immagine, Phury appallottolò il foglio e lo gettò nel cestino d’ottone dall’altra parte della stanza.
Che mese era… agosto? Sì, agosto. Il che significava che… Bella aveva un altro anno buono di gravidanza, sempre ammesso che riuscisse a portarla a termine. Come molte vampire, era già costretta a letto per evitare un parto prematuro.
Schiacciando il mozzicone nel posacenere, Phury fece per prendere uno dei due spinelli che si era appena rollato e soltanto allora si rese conto di averli giù fumati.
Allungò l’unica gamba intera, spostò il cavalletto dal grembo e prese di nuovo il suo kit di sopravvivenza: una busta di plastica piena di fumo rosso, un sottile pacchetto di cartine e il grosso accendisigari d’oro. Fu questione di un attimo rollarsi un’altra canna fresca fresca; mentre dava il primo tiro, controllò la sua scorta di fumo.
Merda, era scarsa. Molto scarsa.
Le tapparelle d’acciaio che si alzavano lo aiutarono a ritrovare la calma. In tutto il suo tenebroso splendore era scesa la notte e il suo arrivo portava la libertà dalla grande casa della confraternita… e la possibilità di raggiungere il suo spacciatore, Rehvenge.
Buttò giù dal letto il moncone di gamba, si allungò verso la protesi, la agganciò sotto al ginocchio destro e si alzò in piedi. Era abbastanza fumato da percepire l’aria intorno a sé come qualcosa da guadare e la finestra verso cui puntava sembrava lontana chilometri. Ma andava tutto bene. Mentre attraversava nudo la stanza era confortato dal familiare torpore, placato dalla sensazione di galleggiare.
Il giardino, giù di sotto, era sfolgorante, illuminato dalla fila di portefinestre della biblioteca.
Quella sì che era una signora vista sul retro, pensò Phury. Con tutti i fiori che scoppiavano di salute, gli alberi da frutto carichi di pere e di mele, i sentieri sgombri da erbacce, le siepi di bosso potate con cura.
Non come quella con cui era cresciuto. Neanche un po’.
Proprio sotto la sua finestra le rose tea erano nel pieno della fioritura, le grosse corolle variopinte fieramente ritte sopra gli steli spinosi. Le rose dirottarono il corso dei suoi pensieri verso un’altra femmina.
Aspirando un’altra boccata di fumo pensò alla sua femmina, quella che avrebbe dovuto legittimamente disegnare… quella a cui, per legge e per tradizione, avrebbe dovuto fare molto di più che un semplice schizzo a penna.
L’Eletta Cormia. La sua Prima Sposa.
Tra le quaranta Elette.
Cribbio, come diavolo era finito a fare il Primale delle Elette?
Te l’ho detto, rispose il mago. Avrai una caterva di figli, e tutti avranno l’immensa gioia di guardare con ammirazione a un padre la cui unica impresa è stata deludere tutti quelli che gli stanno intorno.
Okay, per quanto perfido fosse il bastardo, era difficile dargli torto. Non si era accoppiato con Cormia come imponeva il rituale.
Non era tornato dall’Altra Parte per vedere la Direttrice. Non aveva incontrato le altre trentanove femmine che avrebbe dovuto ingravidare.
Phury prese a fumare ancora più freneticamente, schiacciato dal peso di quelle cosucce da niente che, come massi fiammeggianti lanciati dal mago, gli atterravano dritte in testa.
Il mago aveva un’ottima mira. D’altronde aveva fatto molta pratica.
Be’, socio, sei un bersaglio facile. Tutto qua.
Per lo meno, Cormia non si lamentava per tutte quelle inadempienze. Non aveva mai voluto essere la Prima Sposa, l’avevano costretta in quel ruolo: il giorno del rituale avevano dovuto legarla al talamo cerimoniale, braccia e gambe spalancate, pronta per l’uso, come un animale, completamente terrorizzata.
Appena l’aveva vista, Phury era entrato automaticamente in modalità-salvatore, la veste che gli era più congeniale, e l’aveva portata lì nella casa della Confraternita del Pugnale Nero, sistemandola nella camera accanto alla sua. Tradizione o meno, per nulla al mondo avrebbe preso una femmina con la forza; avendo tempo e modo di conoscersi sarebbe stato più facile, o almeno così pen-
sava.
Sì… no. Cormia si era tenuta in disparte, mentre lui, un giorno dopo l’altro, aveva tentato di non implodere. Erano passati cinque mesi, ma loro due non si erano avvicinati né reciprocamente né a un letto. Cormia parlava di rado e si faceva vedere solo al momento dei pasti. Se usciva dalla sua stanza era solo per andare a prendere qualche libro in biblioteca.
Nella sua lunga veste bianca, sembrava più un’ombra profumata di gelsomino che una creatura in carne e ossa.
La vergognosa verità, tuttavia, era che a lui andava bene così.
Quando aveva sostituto Vishous nel ruolo di Primale era convinto di avere piena consapevolezza dell’impegno che si stava assumendo sul piano sessuale, ma la pratica era molto più sconfortante della teoria. Quaranta femmine. Quaranta.
Quattro-zero.
Doveva essere uscito di testa quando si era offerto di rimpiazzare V. Il suo unico tentativo di perdere la verginità non era stato uno spasso, Dio gli era testimone… e sì che era stato con una professionista. Anche se forse averci provato con una puttana era parte del problema.
Ma a chi cavolo poteva rivolgersi, in alternativa? Era un casto verginello di duecento anni, senza la minima esperienza in materia. Come si poteva pretendere che saltasse addosso alla tenera e fragile Cormia, che se la scopasse fino a venire per poi correre al Santuario delle Elette a fare come Bill Paxton in Big Love?
Cosa cavolo gli era saltato in mente?
Si infilò lo spinello tra le labbra e aprì la finestra. La stanza venne inondata dal penetrante profumo della notte estiva e lui tornò a concentrarsi sulle rose. Qualche giorno prima aveva sorpreso Cormia con una rosa in mano, una rosa che, con tutta evidenza, aveva tirato fuori dal mazzo che Fritz metteva sempre nel
salottino al primo piano. Ferma vicino al vaso, stringeva la pallida rosa color lavanda tra le lunghe dita, il capo chino sul bocciolo, il naso che indugiava sopra di esso. Dalla chioma bionda, come sempre raccolta in uno chignon, erano sfuggite alcune ciocche sottili che ricadevano in avanti arricciandosi in modo naturale. Proprio come i petali della rosa.
Cormia era trasalita quando lo aveva colto a fissarla, aveva rimesso a posto la rosa ed era corsa in camera sua, chiudendo la porta senza fare rumore.
Phury sapeva di non poterla tenere lì per sempre, lontana da tutto ciò cui era abituata e da tutto ciò che era. E poi dovevano portare a termine la cerimonia sessuale. Era quello l’accordo che lui aveva concluso e il ruolo che, come gli aveva spiegato Cormia, per quanto all’inizio fosse spaventata, era preparata a ricoprire.
Phury si voltò verso il cassettone, verso un pesante medaglione d’oro simile a una grossa penna stilografica che recava un’incisione in una primitiva versione dell’Antico Idioma: era il simbolo del Primale, non solo la chiave d’accesso a tutti gli edifici dall’Altra Parte, ma il biglietto da visita del vampiro responsabile delle Elette.
La forza della razza, com’era noto il Primale.
Il medaglione si era fatto sentire di nuovo, quel giorno, così come era accaduto in passato. Ogni volta che la Direttrice desiderava vederlo, il pendaglio vibrava, e in teoria Phury era tenuto a smaterializzarsi per riprendere forma in quella che avrebbe dovuto essere casa sua, il Santuario. Ignorò anche quella convocazione. Cosìcome aveva già fatto con le altre due.
Non voleva sentire ciò che già sapeva: cinque mesi senza suggellare il patto portando a termine la cerimonia erano davvero troppi.
Pensò a Cormia, rintanata nella stanza degli ospiti accanto alla sua, chiusa in se stessa. Senza nessuno con cui parlare. Lontana dalle sue sorelle. Aveva tentato di stabilire un contatto con lei, col solo risultato di innervosirla da morire. Comprensibilmente.
Dio, non aveva idea di come facesse a passare il tempo senza impazzire. Aveva bisogno di un amico. Tutti abbiamo bisogno di amici.
Non tutti se li meritano, però, fece notare il mago.
Phury si voltò, diretto verso la doccia. Passando accanto al cestino della carta straccia si fermò. Il disegno che aveva appallottolato aveva cominciato ad aprirsi e tra le pieghe accartocciate scorse i tralci d’edera con cui lo aveva coperto alla fine. Per una frazione di secondo ricordò cosa c’era al di sotto, rammentò i capelli raccolti in uno chignon e le ciocche sottili che ricadevano sulla guancia vellutata. Ciocche che si arricciavano come i petali di una rosa.
Scrollando la testa, riprese a camminare. Cormia era incantevole,ma…
Desiderarla sarebbe più che giusto, terminò il mago. Dunque perché mai dovresti imboccare quella strada? Rischieresti di rovinare il tuo record assoluto di successi.
Lasciami indovinare, sarebbe un vero disastro, socio. Giusto?
Phury alzò il volume dell’aria di Puccini e si infilò sotto la doccia.





9 commenti:

  1. Non vedo l'ora che esca!!! *_*

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  2. Pure io sono troppo curiosa di leggerlo e vedere gli sviluppi!
    Annika

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  3. OMG!!!!!!!!!!
    Perchè ci hanno fatto aspettare COSI' TANTO??????
    Non vedo l'ora O___O
    Sabry

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  4. Non vedo l'ora di leggerlo! Ciao a tutte! :))

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  5. AAAAAAhhhhhhhhhhh quando esceee???? Lo vogliooooooooo!!!!!!!

    Rose 72

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  6. Prima o poi sarà mio :)
    Lety

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  7. Quindi c'è la copertina, l'anteprima... possiamo sperare che esca nel secondo trimestre quindi Aprile?

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  8. OK! Uccidetemi pure...ma quanto è palloso Phury...ma ucciditi e lasciaci in pace una buona volta...preferisco leggere un romanzo sull'Omega piuttosto...non sono riuscita a finire il capitolo...quel lagnosissimo monologo con se stesso...completamente fatto...ma di che ti lamenti...tuo fratello per cento anni ha subito abusi su abusi...eppure ne è uscito fuori...e tu piagnucoli come femmina di poco conto!
    :o((((

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  9. Non vedo l'ora di averlo tra le maniiiiiiiiii *_*

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