Un secondo, una vita - di Marco Bertoli





Carissime amiche eccoci ad un nuovo appuntamento con “Le nuove penne”. Oggi devo ammettere di trovarmi in difficoltà, perché il racconto che vado a presentarvi è stato scritto da mio padre, Marco Bertoli. ;)
Molte di voi penso sappiano che ha da poco pubblicato un romanzo giallo, genere che adora leggere e che predilige scrivere. Questa volta però ha voluto cimentarsi nel romance, non tralasciando comunque il suo stile ricercato e la sua passione per la storia.
Il protagonista della storia è Gustave Monet, un sergente di fanteria impegnato in battaglia. Si trova a un passo dalla morte e gli viene spontaneo ripensare ad uno dei momenti più belli della sua vita: quello in cui ha conosciuto il suo grande amore, Charlotte.
Riuscirà il sergente a rivedere il volto della sua amata e a ricongiungersi con lei? O dovrà accettare il fatto che la sua ora sia ormai giunta?
Non vi resta altro che scoprirlo leggendo il racconto..;) Non vi dimenticate di lasciare il vostro commento!;)
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Un secondo, una vita di Marco Bertoli
Il sergente di fanteria di linea Gustave Monet osservò affascinato gli efficienti artiglieri inglesi pulire dapprima la canna del cannone, poi ricaricarlo in tutta calma. Imperturbabile, ostentando l’apparente indifferenza del veterano, vide il capo-pezzo nemico controllare il puntamento dell’arma, quindi sberciare un comando che si perse nel fragore della battaglia. Una nuvola di fumo grigiastro eruttò dalla bocca della canna di bronzo e a Gustave parve di scorgere una piccola e solida macchia nera schizzare fuori da quell’impalpabile nebbia vorticante, puntando diretta contro il bersaglio: lui. Comprese che gli restava ancora un secondo da vivere prima che la palla di ferro, pesante più di cinque chili, gli attraversasse il petto, consegnandolo alla Storia della Grande Armèe. Le responsabilità del grado, l’obbligo di mantenere l’ordine e la disciplina tra i ranghi e, soprattutto, il senso dell’onore gli imposero di rimanere rigido e immobile sul posto. In quell’attimo, cristallizzato in una dimensione infinita, sentì il fante Auguste Mercier, ritto alla sua destra a stretto contatto di spalla, rabbrividire.
E’ opinione comunemente accettata che nella consapevolezza del morire ripassi davanti agli occhi tutta la vita trascorsa, o quantomeno gli episodi che si ritengono salienti nel bene o nel male: il sergente era sempre stato uno spirito pragmatico e si limitò a concentrarsi su un unico ricordo, un’altra macchiolina scura che gli aveva cambiato l’esistenza, assaporandolo come si gusta felici l’attimo in cui i denti affondano nella polpa succosa della prima ciliegia di Fiorile…
***
A quell’epoca, pareva un secolo ma, in effetti, erano passati meno di due lustri, indossava ancora la semplice uniforme di fantaccino: un baldo, alto, allampanato, moro e baffuto ventisettenne che aveva però già partecipato a tutte le campagne di guerra che l’Imperatore si era compiaciuto di combattere per l’Europa, e oltre, in nome della Trinità degli ideali rivoluzionari. In licenza, la prima da tempo immemorabile, Gustave stava trascinando i piedi stanchi lungo la stretta strada sterrata che da lì a tre giorni lo avrebbe ricondotto sulla soglia di casa, quando il primo pomeriggio di un torrido Messidoro lo aveva colto davanti a un ponte a schiena d’asino, che scavalcava con un arco ardito un corso d’acqua quasi secco, posto all’ingresso di un paesello dall’assurdo nome di ‘Carrefour de la bonheur’.
“Felicità?” commentò mentalmente. Una spontanea smorfia di disgusto distorse i lineamenti impolverati e un poderoso sputo, che sapeva di terra arida, espresse la sua opinione al riguardo. Sventolando la feluca stazzonata per concedersi po’ di refrigerio, si fermò all’ombra di una quercia, azzittendo il canto di una cicala. Per l’ennesima volta si domandò che senso avesse quel suo ritorno a La Rochelle, se non rianimare fantasmi che forse era meglio riposassero in pace nelle loro tombe. I genitori defunti, i fratelli sparsi chissà dove e la sorella… beh, di sicuro non l’avrebbe accolto correndogli incontro a braccia aperte. “Meglio rinunciare” si ammonì. “Ormai la mia famiglia sono i commilitoni: inutile cercare un nido che non esiste più”.
Una dolorosa torsione alla bocca dello stomaco lo costrinse a essere sincero con se stesso, ammettendo il vero motivo celato dietro quel tormento interiore: ormai Francine apparteneva a Louis, il figlio del notaio. La bambina bruna che era stata il suo primo amore, la ragazza flessuosa che aveva esplorato con lui le ignote lande della sessualità, la donna vibrante che, al momento della sua partenza per il reggimento, aveva promesso tra lacrime e baci d’aspettarlo per sempre, adesso si rotolava soddisfatta nel morbido e lussuoso letto di un altro uomo. Tanto valeva farsene una ragione.
Incerto se proseguire o riprendere la via per la caserma, Gustave, come d’abitudine nei momenti che precedevano una decisione importante, estrasse fuori dalla bisaccia l’involto che conteneva la malridotta pipa di gesso, bottino di guerra e compagna lei sì fedele, anch’essa sopravissuta a tanti conflitti. Riempì meccanicamente il fornello con una presa di tabacco dozzinale e, accesala, iniziò a fumare, perso nei suoi pensieri, la schiena appoggiata alla ruvida corteccia dell’albero e lo sguardo vuoto a vagare sullo striminzito fiumiciattolo che fluiva a fatica sotto di lui. La cicala, tranquillizzata, riprese a frinire. Era, però, destino che il suo gorgheggio dovesse subire una nuova interruzione.
«Che fai, bel soldatino? Ammiri le bellezze del paesaggio?». Una voce dal timbro puro come la neve che ricopre le cime delle Alpi e caldo come le sabbie che cingono le piramidi d’Egitto, l’inflessione gradevole degli squilli della ritirata nemica, la tessitura pervasa da un leggiadro filo d’ironia, riscosse Gustave da riflessioni più funeree del nuvolone cupo che, con un brontolio minaccioso, aveva cominciato a invadere ampi spazi di cielo azzurro. Si voltò di scatto e, pur in tempi di supremazia della Ragione, fu un miracolo se la pipetta non cadde al suolo, ma riuscì a rimanere in bilico a un angolo della bocca, spalancata per la sorpresa.
Una ragazza all’incirca ventenne, le braccia tornite strette attorno a una cesta di vimini colma di lenzuola bagnate, lo stava squadrando con un’espressione allegra e sbarazzina mentre risaliva con agilità lo stradello che s’inerpicava lungo la ripida sponda del corso d’acqua.
A colpire Gustave, calamitandone l’attenzione, non furono né gli occhi arguti ed espressivi, il verde intenso dell’erba fresca di primavera, né i lunghi capelli colorati come il grano maturo, un covone di riccioli a malapena trattenuti da un foulard cremisi, né la punta impertinente del nasino delizioso e neppure il fisico slanciato, le cui forme il dimesso vestito non riusciva comunque a svilire, quanto piuttosto il piccolo neo che spiccava sulla pelle lievemente abbronzata del seno sinistro, appena esposto, come il gemello, da una pudica scollatura.
La pecca che non rovina l’opera d’arte, ma anzi valorizza ed esalta lo splendore e l’armonica perfezione di tutto l’insieme, perché, privandoli dell’aura di astratta e algida sacralità di cui si ammantano alteri, li rende concreti, vitali e palpitanti.
«Non mi riferivo alle mie, di bellezze!» puntualizzò garbata la giovane nel raggiungere veloce la sommità della riva a un paio di passi dal suo basito e muto interlocutore. Uno scintillio di dolce canzonatura nello sguardo e il frullo di una sommessa risatina addolcirono il bonario rimprovero, espressione di un lusingato e femminile apprezzamento per l’effetto ottenuto su un giovanotto dall’aspetto nel complesso attraente.
«Scusa, cittadina, non intendevo per nulla mancarti di rispetto» si affrettò a porgere ammenda Gustave. Si ricompose, assumendo un atteggiamento più rispettoso e picchiettando con gesti nervosi la pipa contro il tronco per spegnerla. Recuperata presenza e buone maniere, proseguì con il giusto tono di formalità: «Permetti che mi presenti: Gustave Monet, dei Monet di La Rochelle-sur-le-canal».
«Charlotte Cordiè… E basta». Un accenno di riverenza accompagnò l’altrettanto educata, compunta e concisa risposta.
«Abiti qui?» chiese Gustave, dandosi tra sé impietosamente dello stupido per la banalità della domanda che implicava un’ovvia risposta.
«Sì, laggiù, oltre quel casolare tra i pioppi». Un movimento della fronte e lo svolazzo di un ricciolo sfuggito alla costrizione del fazzoletto indicarono un punto indistinto alla sinistra della ragazza che, incamminandosi in quella direzione, aggiunse: «Devo andare, ora. Mi aspettano». Un’impalpabile, e tuttavia chiaramente presente, sfumatura di rassegnata delusione sfumò il semplice commiato.
«Un attimo! Come hai capito che sono un militare?» chiese di getto il giovanotto, in un disperato tentativo di dialogo per non permetterle di allontanarsi. Quanto tempo che non scambiava due parole con una donna che non fosse una procace prostituta o la scafata cameriera di una bettola! Nel primo caso, duetti iniziati da una rapida contrattazione e conclusi da una sfilza di mugolii animaleschi e simulate espressioni di piacere, nel secondo, conversazioni ridotte a scambi salaci di battute oscene, inframmezzate da rutti cavernosi e sonore pacche sul sedere.
«Oh, è stato facile. Indossi gli abiti civili come fossero una divisa, tieni le spalle dritte sull’attenti, ostenti un atroce taglio di capelli, fumi una pipa con lo stemma inglese, divori con gli occhi le mie tette come un lupo solitario» spiegò sicura Charlotte, fermandosi, le labbra incurvate in un sorriso di malizioso trionfo che trafisse Gustave meglio dell’acciaio di una baionetta prussiana. Una breve pausa in cui aggrottò la fronte come in preda a un turbamento interiore, quindi sospirò: «E poi…».
«Cosa?» incalzò il soldato, stupito per l’acutezza dell’analisi cui era stato sottoposto in un attimo da una totale sconosciuta e più che mai curioso, perché ora aveva scorto un subitaneo, e soprattutto inaspettato, velo di tristezza piombare su quei cristallini specchi di smeraldo in cui si rifletteva la sua immagine.
La ragazza chinò lievemente il capo verso destra, inarcando con la movenza di una tortora il collo sottile, poi scandì seria: «Ti danzano negli occhi gli spettri di chi troppe volte ha fissato la morte in faccia e sorretto tra le braccia amici sussultanti negli spasmi dell’agonia».
Gustave traballò sulle gambe al sentire quella rivelazione. Un tremito lo scosse. Il volto assunse la maschera tragica e attonita di chi ha incontrato uno spirito capace di leggergli dentro, tanto compassionevole da comprendere le sue angosce e di scoprire la ferita aperta e putrida che gli intossicava l’anima. Che possedesse anche il potere di sanarla?
La corazza che lo proteggeva si frantumò. Una miriade di schegge roventi gli solcarono i nervi, strinandolo.
Udì la franca risata di Maurice, morto di peste all’ombra delle mura di Acri. Le interminabili dissertazioni politiche di Jean-Jacques, ucciso da una pallottola austriaca in mezzo ai papaveri di un prato a Marengo. La tosse stizzita e continua di Bruno, segato in due dalla mitraglia russa su un pendio ghiacciato di Austerlitz. Più penosa di tutte, riascoltò la voce arida, priva di emozione nel profferire la micidiale sentenza, di Francine incisa nelle parole che annunciavano che quella era l’ultima lettera che gli avrebbe scritto, perché stava per convolare a nozze con Louis.
Con un grido strozzato crollò in ginocchio, le spalle scosse dai violenti singulti di un pianto liberatorio, l’anima finalmente in fuga da lande desolate. Non si accorse che Charlotte si era accovacciata al suo fianco, e andava cullandolo come un bambino impaurito, se non quando lo scoppio fragoroso di un tuono sopra la quercia lo riportò al presente.
«Scusami» balbettò imbarazzato per il crollo emotivo, sciogliendosi con delicatezza dalla confortevole stretta, «non so cosa mi sia preso».
«Conosco bene la pena che ti strazia» lo consolò la giovane, testa china, allungando il braccio per carezzargli la guancia ispida e umida di lacrime con la timidezza di un palmo reso ruvido dai lavori quotidiani.
La nitidezza della comprensione avvolse Gustave: la creatura accanto a lui possedeva la chiave del suo intimo perché in essa batteva un cuore schiacciato a sua volta da una montagna.
«Com’è successo?» le domandò cauto, sollevandole con delicatezza il mento con la mano per tuffarsi senza esitazione nelle pozze oscure in cui si erano mutati quegli occhi incantevoli.
“Devo fidarmi di questo straniero?” fu l’interrogativo affranto che saettò da un estremo all’altro della mente di Charlotte. Razionalità e sentimenti si affrontarono in un titanico duello della durata di un respiro: le truppe della ragione subirono una completa disfatta.
«Avevo quindici anni. La mamma aveva incaricato me e Angeline, la mia sorellina di sei, di riportare una veste rammendata alla vecchia signora che abitava poco distante da casa nostra. In paese correva voce che fosse un’aristocratica di Parigi, una nobile riuscita a sfuggire alla ghigliottina e trasferitasi qui, nella remota provincia, in cerca di rifugio e salvezza. Si favoleggiava pure che nascondesse da qualche parte un piccolo tesoro in gioielli, ma a nessuno dei contadini e degli artigiani del circondario queste fole importavano un granché.
Giunte che fummo, trovammo la porta d’ingresso spalancata. All’interno, l’intera abitazione era a soqquadro. Nella stanza da letto, buttato in un canto, c’era quello che, a prima vista ci parve un informe fagotto di stracci. Scorgemmo poi, con orrore, la faccia livida, gli occhi stravolti, la lingua fuori dai denti: la poveretta era stata strangolata. Eravamo impietrite per la paura e lo sgomento allorché un omone entrò in casa. Villoso quanto un orso, un ghigno da belva feroce, puzzava di brigante. In pugno reggeva una pistola gigantesca.
“Scappa!” gridai ad Angeline. Forse la piccola ci avrebbe provato, ma non ne ebbe la possibilità: il bandito ruotò l’arma nella sua direzione e premette il grilletto, con la medesima impassibile indifferenza di chi si accinge a calpestare una formica. Nell’eco dello sparo mosse un passo verso di me. Urlai sinché svenni.
Ripresi i sensi, mi ritrovai seminuda, un dolore atroce tra le cosce, come mi avessero infilato nelle viscere un ramo infuocato. Mi trascinai piangendo verso il corpo di mia sorella. La bimba era ancora viva. Per poco. La mia unica consolazione è che nel momento in cui le si spense lo sguardo non era sola».
Charlotte tacque, distogliendo lo sguardo. Si sottrasse con garbo alla tenera presa delle dita callose di Gustave, le membra percorse da ondate di brividi incessanti. Costui intuì che c’era dell’altro. Attese paziente, chiedendosi se poteva spingersi a cingere con un braccio le spalle della ragazza. Si fece forza e la strinse forte a sé.
Un gemito indefinibile, sofferenza o sollievo, accolse l’inversione dei ruoli. Riprese: «L’assassino mi aveva ingravidato. Odiai talmente il frutto mostruoso di quel seme abominevole che mi aveva avvelenata che il travaglio fu lungo e il parto difficile: il bimbo nacque cadavere. Purtroppo suo padre mi aveva rovinato ancor più nel profondo, marchiandomi a vita. La levatrice prostrata m’informò che oltre all’innocenza della verginità il miserabile si era preso pure la mia natura di madre: non avrei più potuto avere figli.
Su quel letto di lenzuola insanguinate, maledissi Dio e desiderai di essere morta anch’io come Angeline. Stuprata e sterile. Una vita di amara solitudine, scandita dalla commiserazione pelosa delle comari e dagli additamenti pettegoli dei braccianti: ecco il futuro che mi si prefigurava dinanzi. Altro che i sogni di matrimonio che avevo nutrito nell’infanzia! Chi mai, infatti, avrebbe più voluto prendere in moglie una donna inutile e di seconda mano?».
«Io, per esempio!» le rispose d’impeto Gustave, paonazzo in viso per le emozioni turbolente che lo agitavano nell’intimo.
Charlotte sollevò di nuovo lo sguardo, nelle pupille ardevano furiose le mille fiamme di una speranza troppo insperata per essere vera. Gustave sostenne con coraggio le due lame che penetrarono dritte nel suo spirito, affondando giù sino al punto in cui l’anima s’innesta nel midollo osseo per saggiare la sincerità della sconsiderata affermazione.
«Non stai mentendo» fu il commento incredulo di una voce ora esile e tremula come la fiammella del lucignolo prossimo a spegnersi.
«No!». Il monosillabo esplose nitido, secco e deciso come l’ordine di aprire il fuoco contro il nemico.
«Ma sei un soldato di passaggio… Non so nulla di te…» fu la debole protesta avanzata dall’ultimo anelito di ragionevolezza presente in una creatura dalle grandi ali che vedeva con gioia spalancarsi le porte della gabbia in cui era stato rinchiusa dalla malvagità altrui.
«Ho ancora dieci giorni di licenza prima di dover rientrare al reggimento. Abbiamo tutto il tempo per conoscerci meglio e, soprattutto, per sposarci» sentenziò pratico Gustave, più che mai risoluto a non buttare via l’opportunità di ridare un significato alle loro esistenze. «Non mi dirai che al ‘Carrefour de la bonheur’ non avete neppure il sindaco!» ammiccò con un largo sorriso, rivolto al piccolo neo che contraccambiò sussultando sul seno ansimante della ragazza.
Charlotte non ribatté. Talvolta la felicità è così enorme che non si può fare altro che goderla senza pronunciare la benché minima parola. Si rilassò, arrendendosi beata a quel soldato dai capelli orribilmente scalati. Gli offrì le labbra e tutta se stessa. Fu un bacio oltremodo pudico, un casto sfiorarsi di labbra impacciate che tuttavia unì indissolubilmente due anime da troppo tempo affrante.
Uno scroscio violento inzuppò la coppia novella, nonostante il riparo offerto dalla chioma fronzuta della quercia, battezzando in un lavacro di purificazione la nascita del loro amore. Restarono abbracciati, occhi a bere dagli occhi, lasciando che i corpi comunicassero nel loro silenzioso, e tuttavia universale, linguaggio, fino a che il temporale esaurì la sua furia e si allontanò brontolando. Fradici di pioggia e ubriachi di contentezza, camminando composti, fianco a fianco ma intimamente congiunti, si diressero verso la casa di Charlotte.
Sulla riva opposta del corso d’acqua, da una folta e crepitante macchia di giunchi, emerse la figura magra e sgocciolante di un pallido ragazzo adolescente, la canna da pesca in pugno. Auguste Mercier era stato il testimone involontario dello sbocciare inatteso del sentimento tra Gustave e Charlotte.
Animo sensibile e romantico, in una campagna dove invece contavano la forza bruta delle braccia e la resistenza alla fatica di un bue, aveva assistito alla scena con il trasporto emotivo del poeta e la gratitudine del naufrago che avvista una vela all’orizzonte. Il cuore gli saltellava in gola, delirante, al ritmo d’impeti simili alle passioni cantate nelle rime d’amore del libro che custodiva gelosamente sotto a un mattone della stanzetta che condivideva con altri tre fratelli, stolidi campagnoli contenti di un placido e ottuso destino da contadini.
Il sedicenne non ebbe bisogno di una prolungata introspezione per capire d’essere caduto preda dei soavi e tenaci lacci dell’amore. Un amore impossibile e senza speranza, certo, ma non per questi motivi razionali meno travolgente e gradito al suo spirito.
In piedi sulla riva, immerso nella luce, si godè i raggi del sole, ancora più caldi dopo la tempesta: insieme alla pioggia evaporarono anche le invisibili catene che l’avevano avvinto a quel mondo che non gli apparteneva.
Seppe cosa doveva fare.
***
Quanto dura un secondo? Non più a lungo del tempo di un ricordo.
Il colpo giunse, implacabile e brutale, troncando l’ultimo respiro di Gustave, ma non nel costato, dove lo stava aspettando, bensì sul fianco e lo gettò a terra. La palla di cannone, sibilando sulla testa del sergente in una scia tumultuosa di aria arroventata, falciò Auguste Mercier e gli anonimi soldati allineati dietro al sottufficiale, per poi perdersi in lontananza alla ricerca di altre vittime.
Gustave Monet sopravvisse a quella domenica, 18 giugno 1815.
Anni dopo, i capelli ben tagliati ma grigi, sotto il regno di un altro Imperatore, che non valeva un mignolo del precedente, Gustave, seduto al tramonto su una sedia di fronte all’aia, assaporando una buona fumata di pipa, in placida attesa che una tuttora pimpante Charlotte lo chiamasse per consumare la cena, continuava a domandarsi se avesse effettivamente sentito il soldato Auguste gridare “No, Amore mio!” o fosse stato soltanto il frutto della sua immaginazione.



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2 commenti:

  1. Quanto è lungo un secondo? E quanto un'ora? In un attimo una vita, in un lampo si decidono esistenze anonime o i destini degli imperi. Le vite di Gustave , Auguste e Charlotte vengono decise in quel polveroso giorno di Messidoro e nel momento in cui sorella Morte esige un tributo.
    Amo la scrittura di Marco Bertoli, ho amato "la signora che vedeva i morti" e questo piccolo gioiello e' per me solo la conferma di un talento infinito.
    Ciao
    Lucilla

    RispondiElimina
  2. ho già letto racconti scritti da Marco Bertoli, alcuni o vincitori di premi o scelti per essere pubblicati in collane, e sempre più mi convinco di essere di fronte ad uno scrittore che sa concretizzare con sicurezza di linguaggio e ricercatezza storica attimi di vita ed emozioni che travolgono i protagonisti.
    Ma, dopo aver letto il suo primo romanzo "La Signora che vedeva i morti", non potevo che dare un giudizio eccellente

    RispondiElimina

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